Dipendenza affettiva

08.05.2018

Quando non è amore 

Qual'è la soglia tra amore e dipendenza?

L'amore è una delle risorse più importanti per l'uomo. Naturale e profondo bisogno di ogni essere umano.

Ma se parliamo di amore nel senso di relazione di coppia, qual è la soglia sopra la quale questo bisogno sconfina nella dipendenza e nel patologico?

Ogni storia d'amore, soprattutto nella fase dell'innamoramento in cui è forte il senso d'intimità e passione, è caratterizzata da un certo grado di dipendenza che però, nelle relazioni funzionali, non comporta né la perdita della capacità di percepirsi e rispettarsi come individui separati né la perdita della propria individualità, dei propri bisogni e desideri.

Ci sono situazioni invece in cui l'amore è vissuto come un'abitudine a soffrire. Profonda insicurezza, credenze e comportamenti disfunzionali ed un'estrema ansia verso la possibilità della rottura del legame affettivo, fanno sì che la relazione con l'altro assuma connotati patologici.

Non si parla più di amore ma di dipendenza affettiva quando la relazione con l'altro è caratterizzata da vissuti di paura estrema, angoscia dell'abbandono, della solitudine e della separazione, quando la propria individualità viene messa da parte, i propri bisogni non vengono più riconosciuti ma inibiti e vi è mancanza di autostima. Il rapporto si basa su un vuoto interno che si cerca di riempire attraverso l'altro.

Può essere definita una modalità patologica di vivere la relazione con l'altro, una forma patologica di amore (che amore non è), caratterizzata da una costante assenza di corrispondenza all'interno della relazione di coppia che presenta analogie con la dipendenza da sostanze.

La relazione è insoddisfacente, infelice e dolorosa eppure non si riesce ad uscirne.

Essa rientra nella categoria più ampia delle "Nuove Dipendenze" ("New Addiction") ovvero quelle forme di dipendenza di tipo comportamentale che comprendono la dipendenza da gioco d'azzardo, da internet, dallo shopping, dal sesso, dal cibo.

Nella dipendenza affettiva, anziché essere coinvolta una sostanza chimica (alcool o droghe) l'oggetto di dipendenza è un comportamento o una persona.

Le dinamiche sia individuali che relazionali possono essere le più diverse. Si possono distinguere sia diversi livelli di gravità di dipendenza sia diverse tipologie di dipendenti.

Le caratteristiche di dipendenza e le diverse categorie di dipendenti possono sovrapporsi e combinarsi.

Possiamo avere, ad esempio, situazioni in cui un partner soffre di dipendenza affettiva mentre l'altro può non presentare problematiche relazionali rilevanti. In questi casi il partner dipendente dedica completamente tutto sé stesso all'altro vedendolo come la risoluzione di tutti i suoi problemi, unica ragione della propria esistenza e non riesce a lasciarlo andare neanche se questi si mostra non disponibile a livello emotivo o sessuale, impaurito di impegnarsi, incapace di comunicare, non amorevole, distante.

L'angoscia e la paura dell'abbandono spesso portano queste persone ad assumere comportamenti estremi, se il partner prova ad interrompere la relazione, come il sentirsi male o minacciare il suicidio.

In altri casi invece possiamo riscontrare situazioni di co-dipendenza, in cui entrambi i partners possono presentare problematiche di dipendenza, anche diverse, che si alimentano a vicenda.

Tra le varie tipologie ci sono i cosiddetti "dipendenti dalla relazione" i quali non sono più innamorati dei loro partners ma sono incapaci di lasciarli andare, di rinunciare. Solitamente sono così infelici che la loro relazione mina la loro salute, il loro spirito e benessere emotivo. Hanno il terrore di rimanere soli. Hanno paura del cambiamento. Non vogliono ferire o abbandonare i loro partners. Possono essere persone che in precedenza avevano problemi di dipendenza di altro tipo e che sono stati "salvati/aiutati" dal partner e che per tale ragione si sentono quindi incatenati al rapporto solo per senso di riconoscenza e forti sensi di colpa, oppure ancora persone che si sentono valorizzate dalla sofferenza dell'altro e ne hanno bisogno (se soffre vuol dire che io sono indispensabile, senza di me non può andare avanti, io sono importante).

Certamente assumersi la responsabilità della fine di una relazione non è mai facile. A prescindere dalle circostanze, sarà sempre difficoltoso.

Spesso ci si nasconde dietro un utopistico "momento giusto", la "circostanza ideale", nella convinzione (o illusione) che vi sia "un tempo" o "un modo" meno doloroso per chiudere una relazione. A volte si arriva persino a rimandare, nella speranza che l'altro "capisca" e prenda lui/lei la decisione, sollevandoci dal peso. Il risultato, al contrario è quello di continuare a prolungare una relazione in cui sono venute a mancare le basi e in cui si genererà sempre più sofferenza, dipendenza e sensi di colpa.

L'attaccamento all'abitudine quotidiana (anche a soffrire), il pensiero di compiere una svolta radicale, la paura del futuro, della solitudine, il ritenere che "a una certa età" non si possa più interrompere una relazione perché non sarebbe più possibile perseguire il proprio e l'altrui benessere, sono tutti argomenti ostacolanti che rimandano la fine di un rapporto finito.

Se si riesce a vedere le cose secondo una diversa prospettiva, si comprende che la sofferenza non si può eludere, nè per sé stessi nè per l'altro e che continuare a trascinare una relazione priva di basi emotive non ci evita di soffrire, anzi, aumenta esponenzialmente la sofferenza.

Intraprendere un percorso terapeutico è a maggior ragione suggerito e auspicato soprattutto se pensiamo alla pervasività delle conseguenze.

Tra quelle emotive più frequenti ed evidenti vi sono la repressione dei sentimenti e delle emozioni o l'incapacità di gestirli ed integrarli.

Parallelamente si sviluppano sentimenti negativi come senso di colpa e vergogna, depressione, perdita dell'autostima, perdita di scopi per la propria vita e progressivo isolamento sociale.

Nella pratica clinica, sovente capita di rapportarsi con persone che arrivano a studio lamentando sintomi come ansia, panico, depressione e altro, i quali risultano essere piuttosto sintomi di problemi affettivi e relazionali.

A livello cognitivo si riscontrano mancanza di concentrazione, di acuità mentale, di vivacità e vigilanza, intrusione di pensieri e fantasie non volute, distorsioni sul modo di pensare e convinzioni di base disfunzionali riguardo se stessi, i propri bisogni, le relazioni e il comportamento dal quale si dipende.

Uscire dalla dipendenza affettiva è possibile ed è importante affidarsi all'intervento e al supporto di un professionista.

Attraverso un percorso terapeutico psicologico la persona potrà essere orientata a definire la sua problematica in termini concreti, prendere consapevolezza di essa, di sé stesso, di come si rapporta con gli altri e con la realtà che lo circonda. Potrà prendere piena consapevolezza dei comportamenti (azioni, pensieri e sensazioni) attivi nel contesto relazionale in cui vive e intervenire sul circolo vizioso che mantiene e alimenta il problema di dipendenza. Potrà quindi definire concretamente il cambiamento da effettuare, essere stimolato a esperienze emozionali correttive e alla ricerca di nuove soluzioni più funzionali.

Ogni persona possiede le capacità e le risorse per cambiare, basta prenderne coscienza, scoprirle e potenziarle.

Dott.ssa Rossella valenzano


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